Un reportage fotografico che rappresenta uno spaccato della realtà rom in quel di Napoli.
Molto bello e intenso, da vedere…
A qualcuno potrebbe sembrare strano che un sociologo scriva un commento al lavoro di un fotografo. Al contrario, invece, il rapporto tra arte fotografica e scienze sociali diviene nel tempo sempre più stretto: se da sempre la fotografia è un supporto indispensabile per la ricerca antropologica, da trent’anni a questa parte si va consolidando – negli Stati Uniti prima e in Europa poi – un filone di studio e di indagine che prende il nome di “sociologia visuale”. In questo approccio la fotografia non è più considerata per la sua valenza estetica, ma diviene vero e proprio strumento di indagine empirica, sguardo che scava nella realtà sociale contribuendo spesso a metterne a nudo le contraddizioni, con una evidenza sicuramente più immediata e coinvolgente di quanto possa fare un testo scritto. Ciò è particolarmente vero quando divengono oggetto di analisi la marginalità e l’esclusione sociale, come appunto è il caso delle foto di Maurizio Cimino di un campo Rom nei dintorni di Napoli. Non uso a caso il termine “analisi” in quanto mi sembra che l’autore, pur partendo da un’esperienza artistica, centri in pieno alcuni degli obiettivi di quella che siamo abituati a chiamare la ricerca qualitativa in questo settore: la narrazione della quotidianità di un gruppo sociale, l’individuazione di caratteristiche che ne definiscono l’identità di gruppo, ma soprattutto la capacità di evidenziare la sconvolgente normalità con cui è vissuto il disagio. Certo, lo sguardo di un fotografo è soggettivo. Oggi però stiamo imparando a capire come anche la scienza interpreti il mondo a partire da un punto di vista, e come l’unica possibile garanzia di oggettività consista nell’esplicitazione di questo punto di vista, sia in senso metodologico che concettuale.
Ecco un buon motivo per comprarsi un iPhone, le applicazioni, questa è a tutti gli effetti una delle migliori, anche se ovviamente è una bufala, o probabilmente usa la tecnica della realtà aumentata.
Incredibile questo tipo, ed incredibile la precisione con la quale li lancia.
Secondo me sono il frutto di anni di “volantinaggio” o meglio di distribuzione pubblicitaria di biglietti, che lo hanno portato a diventare un maestro, mettiamo ad esempio che dovesse centrare le buchette della posta, e, anche se il biglietto cade a terra, fa sempre il suo lavoro, perchè qualcuno incuriosito prima o poi lo raccoglie.
Sto divagando, guardatevi il video…
The Nikon F5 technically the quickest camera in the world
Cosi recita questa pubblicità risalente al 1997, una fotocamera all’avanguardia, capace di scattare fino a 8 fotogrammi per secondo.
Il video è un precursore della moderna tecnica di slow motion, ed è stato realizzato usando ovviamente una Nikon F5 e ci sono voluto oltre 200 rullini da 36 foto, una cosa inimmaginabile al giorno d’oggi, con le moderne digitali…
Ehh, altri tempi…
via Petapixel
Recent Comments